Il colosso energetico italiano Eni ha rinviato la decisione finale di investimento sul giacimento di gas Kronos, a seguito di disaccordi con il governo cipriota sui termini contrattuali, infliggendo un nuovo colpo alle tempistiche per l’avvio della produzione e mettendo in luce sfide strutturali più profonde nella strategia offshore di Cipro.

Il rinvio arriva mentre il presidente Nikos Christodoulides si recava al Cairo per la firma di un accordo energetico tra Cipro ed Egitto, un evento che avrebbe dovuto segnare una svolta ma che ha invece evidenziato il divario tra volontà politica e realtà commerciale.

Nonostante le aspettative che una decisione finale sugli investimenti fosse annunciata durante il meeting energetico EGYPES’26, fonti del settore indicano che Eni ha scelto di attendere, con i negoziati con Nicosia giunti a un punto morto.

La controversia riguarda i nuovi termini contrattuali richiesti dal governo cipriota, che mirano a trasferire una quota maggiore del rischio di progetto sul consorzio guidato da Eni e TotalEnergies. Tra questi figurano meccanismi di tutela contro gli sforamenti dei costi e possibili penalità legate a una produzione di gas inferiore alle attese.

Se la posizione di Nicosia riflette una crescente prudenza dopo anni di potenziale offshore non realizzato, le aziende considerano il quadro proposto difficilmente sostenibile dal punto di vista commerciale nelle attuali condizioni di mercato.

L’impatto immediato è un probabile rinvio dell’avvio della produzione, precedentemente previsto intorno al 2027. Il giacimento Kronos è destinato ad alimentare gli impianti di liquefazione egiziani, collocando Cipro in una catena di esportazione regionale orientata verso i mercati europei.

Questo ritardo ha implicazioni più ampie: indebolisce l’ambizione di Cipro di diventare un importante produttore regionale di gas e solleva interrogativi sulla capacità di esecuzione dopo oltre un decennio di scoperte senza produzione commerciale. Rischia inoltre di compromettere l’obiettivo dell’Egitto di consolidare il proprio ruolo di hub del gas nel Mediterraneo orientale.

I ritardi arrivano in un momento delicato per la politica energetica dell’Unione europea. Dall’invasione russa dell’Ucraina, l’UE ha ridotto significativamente la dipendenza dal gasdotto russo e aumentato le importazioni di gas naturale liquefatto, anche tramite terminali in Paesi come Grecia e Italia.

In questo contesto, il gas del Mediterraneo orientale è visto come una fonte integrativa piuttosto che come un pilastro centrale dell’approvvigionamento. I limiti infrastrutturali, le dimensioni relativamente contenute delle riserve e gli elevati costi di sviluppo rendono improbabile che la regione modifichi in modo significativo l’equilibrio complessivo del gas dell’UE nel breve periodo.

Un altro colpo per Cipro

Ad aggravare il quadro, il giacimento Aphrodite, gestito da Chevron, è ora stimato contenere circa 2,9 trilioni di piedi cubi di gas recuperabile, una quantità inferiore alle aspettative iniziali. Pur restando significativa, la riduzione ne comprime i margini commerciali, soprattutto alla luce degli elevati costi di sviluppo offshore. Le aspettative del settore sono che Chevron cercherà condizioni fiscali o contrattuali più favorevoli prima di procedere con il progetto.

Gran parte della produzione di Aphrodite dovrebbe essere destinata al mercato interno egiziano, limitando il potenziale di esportazione e, di conseguenza, il suo impatto trasformativo sulla posizione energetica di Cipro.

Un accordo non vincolante firmato al Cairo tra Cipro ed Egitto fornisce un quadro di cooperazione per lo sviluppo del gas e l’utilizzo delle infrastrutture, coprendo sia il giacimento Kronos sia Aphrodite. Tuttavia, mentre l’allineamento politico avanza, quello commerciale resta irrisolto.

Nonostante ciò, i progetti che collegano Cipro agli impianti di GNL egiziani potrebbero comunque svolgere un ruolo nella diversificazione dell’offerta regionale, in particolare per l’Europa sud-orientale, dove l’accesso a fonti alternative rimane disomogeneo.

I ritardi arrivano, ancora una volta, in un momento sensibile per la politica energetica dell’UE. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’Unione ha ridotto la dipendenza dal gas russo e aumentato le importazioni di GNL, anche attraverso terminali in Paesi come Grecia e Italia.

In questo contesto, il gas del Mediterraneo orientale continua a essere considerato una fonte complementare più che strutturale, e difficilmente potrà incidere in modo significativo sull’equilibrio energetico europeo nel prossimo futuro.

Tradotto da Cesare Ceccato. Leggi qui l’articolo originale.

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